martedì 13 ottobre 2009

mattina d'ottobre

Mattinata con Mattia a prendere il sole cercando l'ombra. Mattia non ama il sole, nemmeno quello autunnale. Passeggiata per il paese, mercato con offerte varie, vuoi comprare questa? (era una tuta gigantesca) "noooo", vuoi comprare queste ciabattone? noooo e così via con risate sonore, unico suono in pubblico, perché non parlava, non salutava e non rispondeva a nessuno, ma appena eravamo fuori tiro chiedeva il perché e il percome della palestra, abbiamo spiato nell'aula di musica dove gli alunni suonavano il flauto per nulla magicamente e avevano la finestra aperta. Poi abbiamo puntato sul pasticciere dove lui ha bevuto il latte e mangiato due fave dei morti, "che mangiano i vivi però" e bevuto il latte che aveva rifiutato stamattina dalla nonna nella previsione che suo padre lo portasse a berlo fuori. Poi un po' di parco, che ho scoperto frequentato al mattino da donne e bambini arabi o giù di lì, tutte rigorosamente con la testa coperta (ma non la faccia) che chiacchieravano e ridevano più dei loro bambini scorrazzanti per il parco tutto per loro, perché i bambini "nostrani" sono tutti all'asilo o a scuola. Tutti tranne Mattia che è guarito ma adesso la pediatra dice che vorrebbe non fargli il vaccino per l'influenza suina, se promettiamo di tenerlo lontano da asilo, supermercati e luoghi affollati, per via che le controindicazioni del vaccino si fanno sul campo, vale a dire non si sa, magari va tutto bene, magari ci sono effetti collaterali sconosciuti e Mattia sta bene e tanto vale tenerlo sano (e salvo). Sposata tale tesi per convenienza più che convinzione, non si capisce questo autunno, col precipitare delle temper... ma cosa sto facendo, parlo del tempo che fa? Abbiamo percorso il paese con calma, guardando porte, finestre e portoni, la scuola dove l'intervallo rumoroso era finito e sentito il rumore dell'acquedotto, gli odori uscire dalle cucine. Poi è suonato il mezzogiorno. Il mezzogiorno dei saluti. Mattia ha voluto venire in braccio e poi si è fatto promettere che tornavo. Più prima che dopo.

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